vatileaks: insabbiati e contenti

IL VATICANO: “EGO ME ABSOLVO”

CONDANNA A SOLI 18 MESI DI RECLUSIONE PER PAOLO GABRIELE, TORNATO AI DOMICILIARI. PRONTA LA GRAZIA DEL PAPA. ESCLUSI EVENTUALI COMPLICI

di Carlo Tecce

   Il processo soufflé si è sgonfiato in due ore di camera di consiglio. Due ore sufficienti per ridurre la pena per Paolo Gabriele, il maggiordomo di Benedetto XVI accusato di furto aggravato (ora definito “qualificato”). La condanna a tre anni di reclusione, scritta parafrasando il codice Zanardelli e applicando uno sconto immediato, è diventata di 18 mesi per la scoperta di un atto di clemenza, che si può chiamare legge, di papa Paolo VI. Non basta. Perché Gabriele ha già trascorso 4 mesi agli arresti domiciliari e ne restano 14 in sospeso. O forse addirittura zero. Perché a sentenza ancora calda, ma ormai a forma di soufflé, Padre Federico Lombardi ha evocato la grazia papale: “Un’ipotesi molto concreta”. E la corte non ha nemmeno accettato l’interdizione ai pubblici uffici: a fine pena, il maggiordomo potrebbe lavorare ancora per il Vaticano.

 L’AVVOCATO Cristiana Arru ha accolto le decisioni con soddisfazione. Molto bene. E buonanotte ai suonatori. Paoletto è tornato subito a casa, unici gesti di vitalità dopo aver ascoltato il presidente del Tribunale in assoluto silenzio, impassibile e rigorosamente in piedi. La difesa ha tre giorni di tempo per presentare appello, prima di conoscere il destino di Gabriele: subito perdonato e dunque libero oppure rinchiuso nei penitenziari italiani. Il giudice Giuseppe Della Torre, faccia seriosa e sguardo fisso, è entrato in aula con due foglietti bianchi e macchiati con poco inchiostro. E ha letto: “In nome di Sua Santità Benedetto XVI, gloriosamente regnante, il Tribunale invocata la Santissima Trinità ha pronunciato la seguente…”. Cinque minuti per il dispositivo, e un passaggio fondamentale: “[È stato considerato] il convincimento soggettivo – sia pur erroneo – indicato dall’imputato quale movente della sua condotta”. Vuol dire che il corvo non appartiene a uno stormo. Che il corvo, prontamente stanato, chiude l’epoca di Vatileaks. Che Paoletto, che voleva difendere il Vaticano, avrà pure sbagliato: però senza complici, senza cordate. Per non rischiare di trasmettere un messaggio ambiguo, persino il promotore di giustizia Vincenzo Picardi, durante la requisitoria conclusiva, ha escluso l’esistenza di un’organizzazione interna: “Dall’indagine istruttoria manca la prova di qualsiasi correità con Gabriele”. Interrogato in udienza, il maggiordomo ha citato i cardinali Paolo Sardi e Angelo Comastri, il vescovo Francesco Cavina e Ingrid Stampa, amica ed ex governatore di Benedetto XVI. Illustri confidenti di Paoletto, non attori principali, estranei a un’attività lunghissima di archiviazione di documenti riservati. Quando il maggiordomo stava per elencare i suoi “numerosi contatti”, e il panico calava pesante tra stucchi bianchi e legni massicci, Della Torre è intervenuto per frenare lo sfogo: “La prego, si attenga all’oggetto in questione”. Il processo poteva finire in quel momento. Gabriele ha timbrato l’ultimo atto di questo sbrigativo procedimento per dichiararsi innocente : “La cosa che sento forte dentro di me è la convinzione di aver agito per esclusivo, direi viscerale, amore per la Chiesa di Cristo e per il suo capo visibile (il pontefice, ndr). E se lo devo ripetere: non mi sento un ladro”. Non l’ha dovuto ripetere. La corte ha accolto e concesso ampie attenuanti generiche, già condivise dal pm Picardi.

 NESSUNO ha dedicato particolare interesse ai due nuovi protagonisti rivelati, i due padri spirituali di Gabriele: don Giovanni Luzi e don Paolo Morocutti. Picardi ha ricordato che don Luzi ha distrutto le copie (lettere e appunti di Benedetto XVI), cioè il corpo del reato contestato, ricevute dall’imputato. Vatileaks ha raggiunto il giorno più atteso con estrema rapidità: 4 udienze, 7 testimoni, 12 ore in totale. I muscoli vaticani sono agili e forti. La giustizia è fatta. Con mano leggera. Con tante omissioni. Con la protezione di Benedetto XVI? Vatileaks non ha mai superato il perimetro tracciato dal maggiordomo. Un uomo senz’altro abile, il laico più vicino al Papa. Un uomo che maneggiava materiale scottante, e lo sapeva benissimo. L’avrà fatto per una “situazione di sconcerto generale”, per una forma di delirio? L’inchiesta e il processo non hanno addentato la faida che indebolisce il pontefice. Evidente spulciando i carteggi diffusi su libri e giornali. Non hanno scoperchiato le battaglie tra la Segreteria di Stato guidata da Tarcisio Bertone e i cardinali diplomatici, nostalgici di Angelo Sodano. Un faro l’hanno accesso su padre Georg, l’assistente di Benedetto XVI, non troppo attento. Tanto da non accorgersi dei movimenti di Gabriele. Ci sono domande che non avranno risposta. E soufflé che si sgonfiano di botto.

 
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