articolo 3

La Costituzione ha vinto. L’articolo 3, malvolentieri applicato dai governanti, è stato spesso in gioco anche quando si
è trattato di valutare la conformità alla Carta di leggi recentissime: il lodo Alfano, sottoposto al giudizio della Corte per violazione del principio di eguaglianza di fronte alla giurisdizione che non consente privilegi per le alte cariche dello
Stato, ieri è stato dichiarato illegittimo. Per lo stesso motivo il lodo Schifani era stato dichiarato illegittimo nel 2004.
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”: così inizia l’articolo 3. L’eguaglianza, vessillo delle rivoluzioni settecentesche vola da un continente all’altro – dalle ex colonie inglesi d’America (1776) alla Francia (1789) – e sta ora alla base delle democrazie costituzionali di tutto il mondo.
Non c’è più “per nessun individuo, privilegio, né eccezione al diritto comune di tutti i francesi” stabiliva la Costituzione del 1791: l’eguaglianza di fronte alla legge vieta sia le discriminazioni sia i privilegi. Ma è sempre vero?
Valore condiviso, l’eguaglianza ha percorso un difficile cammino insidiata da interessi potenti: nella stessa Francia della rivoluzione, la borghesia, arrivata al potere, non volendo dividerlo con altri, escluse subito che tutti avessero il diritto di votare. Nell’esperienza italiana l’eguaglianza perse ogni valore durante il fascismo. Le violazioni furono continue. Alle discriminazioni contro i non iscritti alpartito, contro le donne e i celibi, seguirono le discriminazioni drammatiche nei confronti dei cittadini di razza ebraica, sottoposti a limiti o esclusioni in tutti i settori: dai diritti politici alla scuola, dalle professioni all’attività industriale e commerciale, fino alla sfera privatissima della libertà di sposarsi. Oggi, eliminata dalle norme (da quasi tutte almeno), la diseguaglianza resiste nei fatti non essendosi
realizzato il programma sociale che la seconda parte dell’art.3 prevede. Neanche il “privilegio” è morto: chi è al potere tende ancora a risuscitarlo per sé.
L’articolo 3 stabilisce il principio generale di eguaglianza dei cittadini di fronte all’ordinamento, e, insieme, vieta alla legge di dar rilievo a determinate caratteristiche o situazioni: sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche,
condizioni personali e sociali. La legge che, nonostante il divieto, le ponga a base di una disciplina differenziata sarà sempre illegittima, salvo che la Costituzione stessa lo consenta (come ad esempio all’articolo 6: “la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”). Quando invece non siano in gioco sesso, razza o altre situazioni
elencate, il discorso è diverso. La legge non deve trattare tutti all’identico modo, ma deve tener conto delle situazioni differenti: una misura a favore dei soli invalidi, ad esempio, non sarà un privilegio, e chi non è invalido non potrà pretendere di usufruirne. Vietate sono soltanto le differenze “ing iustificate”, in tutti isettori dell’ordinamento .
L’ampia sfera di applicazione del principio di eguaglianza spiega perché la violazione dell’articolo 3 sia il motivo più frequente di incostituzionalità delle leggi. Di fronteall’inerzia del legislatore, spesso lunghissima e ingiustificata, il contributo della Corte costituzionale è stato determinante per eliminare norme del passato (sulle libertà, sul processo
penale, sul diritto di famiglia, sull’accessoai pubblici uffici, ecc.).
A rticolo 3, comma 2. Nella realtà i cittadini non sono eguali e la Costituzione ne prende atto: i profondi dislivelli economici, culturali, sociali che li dividono devono essere ridotti perché si realizzi un minimo di omogeneità
sociale indispensabile al funzionamento della democrazia. Nel primo comma si tutela la persona e la sua dignità – tutti i cittadini hanno “pari dignità sociale” e sono eguali davanti alla legge senza distinzione “di condizioni personali e sociali” -, nel secondo si impone allo Stato il compito di assicurare le condizioni necessarie per il pieno sviluppo della persona e per una partecipazione effettiva all’organizzazione politica, economica sociale del Paese. Si riconferma così,
in nome della persona, il necessario intervento dello Stato al fine di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana
“e l’effettiva partecipazione all’or ganizzazione politica, economica e sociale del Paese. Il secondo comma dell’articolo 3 è la base dei diritti sociali , senza i quali i diritti di libertà sono formule vuote: che cosa se ne fa della libertà di stampa un analfabeta? O chi non può comperare un giornale? L’istruzione, la salute, oltre a condizioni economiche sufficienti a
rendere dignitosa la vita, sono le precondizioni della democrazia. E’ però un programma da realizzare. Un programma che, a sessant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, non è stato ancora realizzato. Oggi anzi l’ordinamento
italiano sembra aver imboccato uncammino a ritroso, verso un’ ulteriore estensione delle diseguaglianze. Paiono in discussione le stesse basi ideali sulle quali poggia il nostro sistema democratico.

1 risposta a “articolo 3”

  1. giovanni ha detto:

    Chi sono costoro che con grande caparbietà riescono ad imbrogliare i cittadini, che a loro volta non fanno politica ma sembra che da un po di tempo tifano per un signore che della politica ne sta facendo un uso che vada solo ed esclusivamente per coloro che hanno potere e forza economica. Assurdo tutto ciò ma possibile che in alternativa non vi sono forze che sappiano con altrettanta capacità di contrastare un simile flagello della società italiana?

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