articolo 35, 36, 37, 38, 39, 40

La Costituzione economica

di Lorenza Carlassare

La ‘Costituzione economica’ si apre con l’ampia affermazione dell’art. 35 ”La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni”, che, collegandosi agli artt. 1 e 4, mira ad assicurare al lavoro “quel posto di assoluta preminenza che gli compete nell’assetto sociale” (dissero i Costituenti) e funge da criterio d’interpretazione delle disposizioni successive sui diversi modi di tutela del lavoro, rivolta al lavoratore subordinato,
ad artigiani, imprese familiari, piccoli lavoratori autonomi, soci di cooperative dove prevale il lavoro sul capitale. La ‘Repubblica ’ intera tutela il lavoro, e, in base all’art. 117, 3 comma, sulla “tutela e sicurezza del lavoro” hanno competenza anche le Regioni; si ritiene tuttavia che i rapporti di lavoro e i diritti dei lavoratori restino allo Stato ad evitare che discipline regionali differenziate possano mettere in crisi eguaglianza, solidarietà, coesione sociale.
Più che mai importante, nella globalizzazione dell’economia, l’impegno a promuovere e favorire “gli accordi e le organizzazioni internazionali intese ad affermare e regolare i diritti del lavoro ”, oggi indispensabili.
Riconosciuta “la libertà di emigrazione ”, la Repubblica non può limitarsi al territorio, ma deve tutelare anche “il lavoro italiano all’estero ”.
L’art. 36 dà fondamento a principi essenziali del rapporto di lavoro: la retribuzione e il ‘tempo’ del lavoro. “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Proporzionalità e sufficienza sono i due canoni fissati dalla Costituzione per garantire al lavoratore un trattamento economicoequo: oggi è davvero “equo”?
Stanno funzionando i meccanismi di perequazione? Rimasto inattuato l’art. 39, che prevedeva “contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alla categoria” stipulati dalle rappresentanze unitarie dei sindacati “reg istrati”, il rapporto è regolato da contratti collettivi (vincolanti in teoria per i soli iscritti): a stabilire la disciplina dei rapporti di lavoro contribuiscono contratto e legge, che interviene a limitare l’autonomia a favore del contraente debole. Negli ultimi decenni si sono però consentite deroghe anche peggiorative alla disciplina legale che hanno condotto all’attuale situazione di precarietà e debolezza del lavoratore che dovrebbe essere il soggetto tutelato. E’ saltata anche la tutela sui tempi “la durata massima della giornata lavorativa”, che la legge deve stabilire, sembra dilatarsi a dismisura col lavoro straordinario necessario ad integrare l’insufficiente retribuzione: uno squarcio sulla drammaticità della situazione e sui turni disumani, non sempre noti, si è aperto con la morte degli operai della Tyssen. La salute del lavoratore dovrebbe essere in primo piano: a questo fine per il 3° comma dell’art. 36: “Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e alle ferie annuali retribuite e non può rinunziar vi”. Particolare attenzione è rivolta al lavoro delle donne e dei minori (art. 37):
“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”, in condizioni che consentano “l’adempimento della sua essenziale funzione familiare”, e dev’esser assicurata a lei e al bambino, adeguata protezione.
Ai minori la legge fissa “un limite minimo di età per il lavoro salariato” e “speciali norme” di tutela, e garantisce “a parità di lavoro, il diritto alla parità della retribuzione”.
Eppure la contrattazione collettiva ha conservato a lungo tabelle salariali differenziate, delle quali la giurisprudenza ha poi sancito la nullità. L’art. 38 costruisce una rete di “sicurezza sociale” a t t ra – verso la previsione di diritti all’assistenza, alla previdenza, alla salute, all’istruzione professionale. “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”: un diritto costituzionalmente garantito, dunque, non una concessione graziosa; così come, per i “lavorator i” il diritto che siano “a s s i c u ra t i mezzi adeguati alle loro esigenze di vita“ non soltanto in “caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia”, ma anche “in caso di disoccupazione involontaria”. Una norma importante che dà sostanza alla solenne affermazione dell’art. 4 sul “diritto al lavoro ” che, se il lavoro non c’è, si traduce nel diritto a mezzi “adeguati”.
Il quadro si completa con l’art. 39 che ripristina la libertà sindacale distrutta dal fascismo, essenziale tutela per i lavoratori, debolissimi se isolati.
Il pluralismo è la regola: “L’organizzazione sindacale è l i b e ra ”. L’unico obbligo che può essere imposto ai sindacati è la “registrazione” che ha per condizione “un ordinamento interno a base democratica ”. La registrazione – mancata – serviva per la stipulazione dei contratti collettivi con efficacia normativa.
L’ultimo strumento di tutela degli interessi del lavoratori è lo “sciopero ”: un diritto “ch e si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano” (ar t. 40) e dunque possono limitarlo (ma solo a salvaguardia di interessi generali tutelati da principi della Costituzione). Un compenso – disse Dossetti – alla posizione di inferiorità in cui il lavoro si trova nell’attuale struttura sociale.
Per il codice fascista sciopero e serrata erano penalmente perseguibili, ora non più (Corte costituzionale, sent. 29/1960), salvo casi estremi, ma solo lo sciopero ha riconoscimento costituzionale.
Tuttavia oggi è strumento non sempre efficace. Nonostante i progetti di ‘stato sociale’ dei Costituenti, lo squilibrio fra le posizioni contrattuali perdura e si aggr

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