Consulta, casa delle regole – Consulta, strumento di libertà

di Lorenza Carlassare

La Costituzione, fissati i principi fondamentali, passa a svilupparli iniziando dai diritti, cuore del costituzionalismo, ponendo precise garanzie. Se la legge non le rispetta la Corte Costituzionale può dichiararla illegittima. Parlando dei diritti, i riferimenti alla Corte sono continui. E’ necessario perciò sapere quando può intervenire, con quali effetti e, viste le polemiche di questi tempi, com’è composta. Difficile e delicata è la scelta relativa alla composizione di un organo che deve essere indipendente ed imparziale, ma non può che essere formato da esseri umani con le loro storie, opinioni, orientamenti. I Costituenti hanno scelto una soluzione equilibrata che nel complesso ha dato buona prova. Quindici giudici di provenienza diversa: cinque nominati dal Presidente della Repubblica nela qualità di organo super partes (spesso sono venute da qui le personalità più eminenti); cinque eletti dalle supreme magistrature, cinque dal parlamento in seduta comune. Possono essere scelte solo persone qualificate: magistrati delle giurisdizioni superiori, professori ordinari di università in materie giuridiche, avvocati dopo vent’anni di esercizio. Si vuole garantire così l’equilibrio interno dell’organo attraverso l’apporto di componenti diverse e assicurarne l’indipendenza collocandolo fuori dall’influenza del governo e della maggioranza: nella sua composizione la Corte rispecchia tutti i poteri dello Stato diversi dall’esecutivo e, in Parlamento, l’elezione dei giudici avviene a scrutinio segreto con una maggioranza qualificata (due terzi per i primi tre scrutini, tre quinti per i successivi) che non consente alla maggioranza parlamentare di decidere da sola. I giudici costituzionali durano in carica nove anni, termine che per ciascuno decorre dal giorno del giuramento; non si rinnovano tutti insieme. Tutto è fatto per evitare la politicizzazione della Corte che deve decidere in modo indipendente e non deve rendere conto a nessuno; la qualità tecnica e la statura morale dipenderanno poi, ovviamente, dall’etica e dalla statura di chi li nomina o li elegge.

La Corte Costituzionale è un organo del massimo rilievo, fondamentale per il funzionamento di una democrazia costituzionale, che vincola il potere politico a regole e limiti. Regole e limiti che non piacciono al potere e hanno quindi bisogno di un organo indipendente in grado di imporli. Da qualche tempo si parla di mutarne la composizione, nei giorni se n’è parlato con violenza. Ma poiché il procedimento di revisione costituzionale (in mancanza dell’approvazione con i due terzi) prevede il referendum “oppositivo”, il popolo sovrano saprà dire di no a riforme che neutralizzano l’effettivo potere della suprema istituzione di garanzia. Una Corte addomesticata non serve più, è un’inutile presenza.

L’art. 134 stabilisce le funzioni della Corte Costituzionale: la prima è giudicare la legittimità costituzionale delle leggi – dello Stato e delle regioni – e degli atti legislativi del governo. Le norme prodotte da questi atti, provenienti da organi politici, sono sottoposte al controllo qualora siano in contrasto con la Costituzione. Per i cittadini è una garanzia della massima importanza perché si tratta delle norme che regolano la loro vita, dai rapporti familiari a quelli economici e di lavoro, dalle imposte all’istruzione. Eppure, troppo spesso, per mancanza d’informazione essi pensano alla Corte come a un’istituzione lontana che nulla ha a che fare con la loro esistenza. Basta ricordare come le sue sentenze abbiano inciso su questioni essenziali, eliminando norme rimaste in vigore da prima della Costituzione, ispirati a principi opposti. Ad esempio le norme che discriminavano i figli naturali rispetto ai figli legittimi, oppure le donne rispetto agli uomini, come per l’adulterio, reato solo femminile, eliminato insieme con tutti i reati d’infedeltà coniugale; oppure gli uomini rispetto alle donne come il divieto di insegnare nelle scuole materne. Gli esempi sarebbero troppi anche soltanto guardando al principio di eguaglianza (art. 3 Cost.). Ne ricorderò solo un altro, importante per la parità fra i sessi: la fine dell’esclusione delle donne dalla magistratura.

Come si arriva al giudizio costituzionale? I cittadini hanno la possibilità di ricorrere alla Corte?

Non direttamente, la via da percorrere passa attraverso un comune giudizio, penale, civile o amministrativo, nel corso del quale chi è danneggiato da una norma che dovrà essere applicata nel giudizio stesso e la ritiene incostituzionale può chiedere al giudice di sospendere il giudizio e inviare gli atti alla Corte. Il giudice sottoporrà la norma al controllo soltanto dopo aver valutato se è una norma che egli deve applicare a quel caso (altrimenti sarebbe solo un pretesto per allungare i tempi) e, se c’è un dubbio d’incostituzionalità. Se il dubbio c’è e la questione non è “manifestamente infondata”, il giudizio è sospeso in attesa della decisione della Corte, la quale, dopo aver confrontato la norma con una precisa disposizione costituzionale che deve essere indicata dal giudice (pena l’inammisibilità), decide. Se non riscontra alcun contrasto, dichiara “infondata” la questione e il giudice deve riprendere il giudizio applicando la norma anche se gli sembra illegittima. Se invece accerta il contrasto, la Corte dichiara la illegittimità costituzionale della norma impugnata. L’effetto è importante: la legge non può più essere applicata da nessuno, né per i rapporti sorti dopo la sentenza, né sorti prima: è rimossa dal sistema.

E’ ben comprensibile che al potere disturbi veder cadere nel nulla leggi alle quali era fortemente interessato, ma questa è la democrazia “costituzionale”.

Il contrasto con la Costituzione non è consentito.

La Corte costituzionale non è soltanto giudice delle leggi , ma anche dei conflitti di attribuzione fra i poteri dello Stato, fra Stato e Regioni e fra Regioni; delle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica (art.134);
dell’ammissibilità delle richieste di referendum abrogativo (art.2 legge cost. 1953, n.1). Inutile sottolineare l’importanza del suo ruolo, al centro del sistema, garante del rispetto dei limiti reciproci degli organi di vertice e degli enti territoriali.
I ‘poter i’ dello Stato che possono sollevare conflitto a difesa della propria sfera di competenza sono il Presidente della Repubblica, i due rami del Parlamento, il Governo, il Consiglio superiore della magistratura, il Ministro della giustizia e i magistrati tutti. Mentre i conflitti Stato/Regione sono stati subito numerosi, pochissimi, invece, i conflitti fra poteri dello Stato: gli organi politici trovavano volentieri una via non giuridica per risolverli. I primi casi riguardavano soltanto conflitti con organi estranei alla politica, neutrali come i giudici con i quali non potevano trovarsi accordi o mediazioni politiche. Più tardi, alterato l’equilibrio fra partiti, i ricorsi alla Corte costituzionale sono stati più
frequenti. Alcuni incredibili, che la Corte non ha potuto neppure ammettere al giudizio: famoso il ricorso del Ministro della giustizia Mancuso, in disaccordo col governo di cui faceva parte e con la maggioranza parlamentare che lo sosteneva, la quale gli votò la sfiducia: ma lui, non volendo dimettersi, si rivolse alla Corte contro il Parlamento, il Governo e lo stesso Capo dello Stato!
Numerosi i conflitti fra una delle Camere e i giudici che avevano iniziato procedimenti nei confronti di deputati o senatori per reati comuni che gli inquisiti pretendevano coperti da immunità perché ‘commessi nell’esercizio delle funzioni’ non volendo nemmeno risarcire i danni alle persone offese da ingiurie e/o diffamazioni… Spesso fu coinvolto l’on. Sgarbi che, da una televisione privata, in una trasmissione di cui era unico protagonista, diffamava chiunque lo avesse ‘disturbato’, pretendendo che si trattasse di opinioni espresse nella sua funzione di parlamentare (art. 68 Cost.). Casi poco edificanti, di cui deve occuparsi la Corte perché il Parlamento interviene a difesa delle sue prerogative che ritiene (spesso a sproposito) violate dai magistrati. Eppure, nonostante questa deprecabile prassi, si parla d’introdurre immunità nuove! Apprendiamo ora che intenderebbe valersi dell’immunità parlamentare il Presidente Berlusconi per difendersi dall’azione del gruppo “Espresso ” per l’invito rivolto agli imprenditori di non dare più la pubblicità ai giornali ‘nemici’: sempre ‘opinioni’ espresse nell’esercizio della sua funzione di parlamentare?
Un caso grave di conflitto fra poteri in una situazione più tragica si è aperto nella penosa vicenda di Eluana Englaro: dopo una sentenza della Cassazione che aveva consentito l’interruzione del trattamento, fra le tante reazione scomposte vi fu anche il ricorso del Parlamento contro la Cassazione stessa per aver usurpato le sue funzioni legislative, ‘creando ’ una norma nuova. Quasi non bastasse l’art. 32 Cost. che vieta i trattamenti sanitari senza consenso! La Corte costituzionale respinse il ricorso dichiarando una cosa ovvia – ma non ovvia, forse, per la maggioranza che ci governa – che in quel caso non c’erano vuoti normativi da colmare, ma soltanto norme da
interpretare, e che l’interpretazione è funzione dei giudici.
Un’altra importante attribuzione della Corte è giudicare il Presidente della Repubblica messo in stato d’accusa dal Parlamento in seduta comune per attentato alla Costituzione e alto tradimento (art. 90). Ipotesi estreme che non hanno mai portato ad un giudizio. Durante un tempestoso settennato del Presidente Cossiga, contro di lui furono presentate varie denunce per attentato alla Costituzione, una proveniente dai Gruppi parlamentari del Pds (5 dicembre 1991) “per fermare il processo degenerativo delle istituzioni” sul quale da tempo i costituzionalisti con vari appelli richiamavano l’attenzione.
Non un singolo atto veniva indicato, ma una serie “di atti e comportamenti che, nella loro concatenazione logica e temporale, risultano intenzionalmente destinati a mutare la forma di governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento costituzionale”.
L’intento di tutti era fermare, appunto, quel processo degenerativo; qualche riflessione sull’oggi mi pare s’imponga (anche se non sui comportamenti del Capo dello Stato).
L’ultima importante attribuzione della Corte (aggiunta dalla legge cost. 1953, n.1) è giudicare l’ammissibilità delle
richieste di referendum abrogativo.
Come sottolineavo nel numero precedente, i Costituenti presero ogni precauzione per evitare la politicizzazione della giustizia costituzionale.
Oltre all’attenzione per la sua composizione, importante è che la Corte non possa scegliere la materia su cui intervenire: nei conflitti l’iniziativa è dell’organo leso; nei giudizi sulle leggi è del giudice – tramite necessario per i
cittadini cui non è consentito il ricorso diretto – ;lo Stato ricorre contro una legge regionale, la Regione contro una legge statale che violi la sua competenza legislativa; le accuse contro il Presidente della Repubblica le formula il Parlamento.

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