la mafia ha comprato lo stato

“SENZA STATO LA MAFIA SAREBBE GIÀ MORTA”

a cura di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

 È IL GRANDE RACCONTO della trattativa Stato-mafia vista dalla Procura, la storia dei due anni che hanno cambiato il Paese all’insegna della convivenza con i poteri criminali. La memoria del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e dei pm Nino Di Matteo, Lia Sava, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, non è una sentenza, ma la ricostruzione (inevitabilmente di una parte processuale) del percorso investigativo che ha portato i pm a chiedere il processo per sei uomini dello Stato e sei capimafia, insieme sullo stesso banco degli imputati: sono le venti pagine che illustrano al gup Piergiorgio Morosini l’indagine che tra polemiche e accuse ai magistrati, ha provocato lo scontro istituzionale con il Quirinale. È il racconto di ciò che accadde nei sotterranei del potere tra il ‘92 e il ’94 quando, sotto la minaccia dello stragismo, i massimi esponenti delle istituzioni abdicarono, secondo l’accusa, al loro ruolo di contrasto e all’azione repressiva contro le cosche e con un cedimento senza precedenti scelsero la linea “morbida” per salvare la vita a un pugno di parlamentari finiti nella black list dei sicari mafiosi. Pubblicato integralmente, è un documento a suo modo storico che spinge la Procura di Palermo fino alle “colonne d’Ercole” del diritto, come dice Ingroia: il tentativo di processare a Palermo (perché le minacce a Mannino, primo segnale di violenza al governo Andreotti, sono avvenute a Palermo così come l’omicidio Lima, primo atto di esecuzione di quelle minacce) quella malintesa (e perciò mai dichiarata) ragion di Stato che ha fornito un’apparente legittimazione alla trattativa.

Il presente procedimento, giunto ora all’udienza preliminare, costituisce la summa di una lunga, complessa e la-boriosa indagine, inerente la vicenda della cosiddetta “scellerata trattativa”, sviluppatasi a cavallo delle stragi del ’92-’93 fra i massimi esponenti di Cosa Nostra e alcuni rappresentanti dello Stato. Quest’ufficio non esita a evidenziare l’importanza della ricostruzione probatoria contenuta in questo procedimento, che rappresenta l’esito di un faticoso e ambizioso sforzo investigativo, frutto dell’impegno di tanti magistrati che si sono avvicendati negli anni, e del quotidiano impegno di pochi e valorosi investigatori di varie Forze di Polizia, soprattutto della Dia, che ha così onorato, lavorando in condizioni davvero difficili, l’investimento che su questo organismo investigativo fecero uomini come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Straordinari risultati investigativi sono stati acquisiti anche grazie alla passione per la verità e la giustizia e al rigore etico-morale e professionale di magistrati di altre Procure – fra tutti Gabriele Chelazzi – che tanto si sono impegnati per accertare la verità sulla stagione delle stragi e della trattativa, nonostante i tanti, troppi, depistaggi e reticenze, spesso di fonte istituzionale. Proprio per questo articolato impegno investigativo, l’approccio di questo ufficio con il materiale probatorio non è stato certamente pressapochista, né superficiale (come spesso si è inopinatamente affermato, senza rispetto delle energie generosamente profuse da tanti uomini dello Stato), bensì estremamente rigoroso nella valutazione delle prove, come dimostrano anche le ripetute archiviazioni richieste nel corso degli anni allorquando, a differenza di oggi, gli elementi di prova erano apparsi inadeguati a sostenere proficuamente l’accusa in giudizio. Si tratta del primo procedimento penale incentrato sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, che ha fatto emergere ipotesi di reato a carico di importanti uomini politici e di alcuni vertici nazionali dei più qualificati apparati investigativi del Paese. Né può trascurarsi che, nella storia delle indagini antimafia degli ultimi anni, questa è di certo una delle più “sentite”, perché ha costituito il momento più alto del contributo che la Procura di Palermo ha offerto alla ricerca della verità sulla stagione in cui hanno perso la vita due uomini-simbolo come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, indimenticati maestri e componenti, in anni diversi, di questa Procura della Repubblica. Secondo la ricostruzione emersa dalle risultanze finora acquisite, la trattativa, dal lato di Cosa Nostra, venne originariamente gestita direttamente dall’odierno imputato Salvatore Riina, all’epoca capo assoluto del sodalizio mafioso, mentre, da parte dello Stato, venne condotta da alcuni alti ufficiali dei Carabinieri ovvero il comandante del Ros, generale Antonio Subranni, il suo vice, colonnello Mario Mori, e il capitano Giuseppe De Donno, a loro volta investiti dal livello politico (in particolare dal senatore Calogero Mannino, all’epoca ministro in carica ed esponente politico siciliano di grande spicco), che contattarono Vito Ciancimino – a sua volta in rapporti con Riina per il tramite di Antonino Cinà – nel 1992, nel pieno dispiegarsi della strategia stragista. È stata l’analisi complessiva di tali atti che ha determinato la doverosa instaurazione del procedimento in oggetto, anche sulla base delle risultanze dei processi davanti alle Corti d’Assise di Caltanissetta e Firenze relativi alle stragi del ’92-’93, di cui sono state acquisite le relative sentenze. L’odierno procedimento è frutto dello stralcio dal procedimento penale 2566/98 RGNR (cosiddetto procedimento Sistemi Criminali): era già allora centrale la vicenda delle interlocuzioni instauratesi fra l’ex sindaco di Palermo Cianci-mino e ufficiali del Ros.

 

 Ciancimino Il figlio di don Vito

Un ruolo prodromico di nuove certezze derivava innanzitutto dalle dichiarazioni di un testimone privilegiato dei fatti, l’odierno imputato Massimo Ciancimino, fonte di prova dalla controversa attendibilità intrinseca (visto che in questo processo assume anche la veste di imputato del delitto di calunnia), ma a cui, d’altra parte, va riconosciuto di aver fornito notizie e informazioni, che, laddove e in quanto riscontrate, si sono rivelate preziose .    Queste hanno infatti consentito di ricostruire genesi, dinamiche ed esito dei contatti intercorsi fra i capi di Cosa Nostra e i rappresentanti delle Istituzioni, attraverso il canale di Vito Ciancimino, padre del dichiarante. E di particolare valore e significato sono state, di certo, le successive e conseguenti rivelazioni di “testimoni eccellenti”, alti esponenti delle Istituzioni del tempo, i quali, solo allorquando sono venuti a conoscenza delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino (in parte divenute pubbliche), sono stati finalmente indotti a riferire, per la prima volta, circostanze che avevano a lungo taciuto e che, una volta inserite nel mosaico probatorio, evidenziavano in modo più chiaro uomini, protagonisti e complici della trattativa.

 

 L’amnesia – Patto di convivenza

Anche se – va detto per inciso – questo Ufficio è consapevole del fatto che non si è del tutto rimossa quella forma di grave amnesia collettiva della maggior parte dei responsabili politico-istituzionali dell’epoca (un’amnesia durata vent’anni), che avrebbe dovuto arrestarsi, se non di fronte alla drammaticità dei fatti del biennio terribile ’92-’93, quanto meno di fronte alle risultanze (anche di natura documentale) che confermavano l’esistenza di una trattativa ed il connesso – seppur parziale – cedimento dello Stato, tanto più grave e deprecabile perché intervenuto in una fase molto critica per l’ordine pubblico e per la nostra democrazia. Il complesso probatorio, seppur non esaustivo, appare sufficiente per ricostruire la trama di una trattativa, sostanzialmente unitaria, omogenea e coerente, ma che lungo il suo iter ha subìto molteplici adattamenti, ha mutato interlocutori e attori da una parte e dall’altra, allungandosi fino al 1994, allorquando le ultime pressioni minacciose finalizzate ad acquisire benefici e assicurazioni hanno ottenuto le risposte attese. In questo quadro, può dirsi che è proprio dal suo epilogo del 1994, che viene ancor meglio in evidenza la vera posta in gioco di tutta la “trattativa“. Essa non è stata limitata a singoli obiettivi “tattici“, come la tregua per risparmiare gli uomini politici inseriti nella lista mafiosa degli obiettivi da eliminare, o l’allentamento del 41 bis e gli altri punti del papello, ma – assai più ambiziosamente – ha avuto ad oggetto un nuovo patto di convivenza Stato-mafia, senza il quale Cosa Nostra non avrebbe potuto sopravvivere e traghettare dalla Prima alla Seconda Repubblica. Un patto di convivenza che, da un lato, significava la ricerca di nuovi referenti politici e, dall’altro lato, la garanzia di una duratura tregua armata dopo il bagno di sangue che in quegli anni aveva investito l’Italia.

 

  Il maxiprocesso Crisi dell’impunità

È proprio questo il senso più profondo della strategia violenta che ebbe inizio con l’omicidio Lima. Fu certamente la risposta di Cosa nostra allo Stato che, dopo la sentenza di Cassazione del maxi-processo, aveva messo in crisi la credenza d’impunità dei boss, condizione essenziale per la sopravvivenza dell’organizzazione criminale mafiosa stessa. Ciò nonostante, è indubbio che il programma omicidiario-stragista nacque dalla necessità per i boss di ristrutturare radicalmente e in modo irreversibile e violento il rapporto con la politica. Uno scontro che ha portato il Paese a un capovolgimento politico e istituzionale. Va, in proposito, rammentato che la sentenza della Cassazione costituisce soltanto l’epilogo di un rapporto che si era già usurato a cominciare dalla seconda metà degli anni ’80, quando Cosa Nostra attraversò una fase estremamente delicata e di transizione, speculare rispetto alla fase, altrettanto delicata e di transizione, attraversata dal nostro Paese, ove si verificavano importanti mutamenti politici e istituzionali, specie dopo la caduta del Muro di Berlino e il conseguente e rapido crollo del cosiddetto “comunismo reale’’. A tale macro-fenomeno politico-economico, si aggiunsero le più specifiche e contingenti difficoltà dei capi di Cosa Nostra, che subirono proprio in quel periodo le conseguenze più negative del maxi-processo, non solo sul piano meramente repressivo, ma anche su quello della propria “autorevolezza”:

1) l’arresto di numerosissimi uomini d’onore, capi, gregari e semplici “soldati” determinò un concreto depauperamento delle capacità operative dell’associazione mafiosa;

2) le prime collaborazioni con la giustizia di uomini d’onore come Tommaso Buscetta, Salvatore Contorno (e poi Antonino Calderone e Francesco Marino Mannoia), causarono una profonda ferita, mai più rimarginata, alla legge dell’omertà interna;

3) il rinvio a giudizio prima, e la condanna in primo grado poi di tantissimi mafiosi, alla fine di un processo caricato di grande significato politico-simbolico, misero in crisi il mito dell’impunità dei mafiosi.

È anche e proprio da qui che iniziò una nuova presa di coscienza all’interno dei vertici dell’organizzazione mafiosa. È proprio dagli effetti nefasti (per l’associazione mafiosa) del maxiprocesso che prese avvio la crisi dei rapporti di Cosa Nostra con i referenti politici tradizionali, che agli occhi dei capimafia avevano fallito su uno dei terreni più importanti per i quali la mafia a loro si rivolgeva: la garanzia dell’impunità.

Di tale logica fu sintomo il tentativo – prima attuato e poi rientrato – da parte di Cosa Nostra di mutare alleanza politica, allorquando, in occasione delle elezioni del 1987, dirottò i propri appoggi dalla Democrazia Cristiana al Partito Socialista Italiano. Il crollo del muro di Berlino e il disfacimento dell’impero sovietico ridisegnarono gli equilibri politici internazionali sull’intero scacchiere mondiale. La fine della contrapposizione bipolare Est-Ovest, fondata sull’equilibrio nucleare e su una guerra fredda combattuta su più fronti, fu la “grande madre” di una catena di eventi.

La grande criminalità aveva approfittato della copertura politica della guerra fredda per intessere, all’interno del sistema politico-istituzionale, una serie di rapporti che hanno fatto del-l’Italia uno degli snodi degli interessi macroeconomici del crimine mondiale. Ebbene, fu proprio il crollo del muro di Berlino a determinare la fine della giustificazione storica della “collaborazione” con la grande criminalità.

Fu il combinarsi di tutte queste circostanze a far sì che dal cuore del sistema politico nazionale vennero precise indicazioni per “voltare le spalle” alla grande criminalità. E non è forse un caso che proprio in quel periodo – pur in assenza di una vera e propria emergenza d’ordine pubblico (del genere di quella che si era realizzata agli inizi degli anni 80 e come ancor più si realizzò durante la stagione stragista del “biennio terribile” del ’92-’93) – la politica criminale registrò taluni significativi segni di mutamenti in senso repressivo. Nessuno poteva ormai fermare il corso degli eventi. È in questo quadro complessivo, è in questo contesto generale che va inserita la strategia di alleanze che Cosa Nostra organizzò in quella nebulosa e complessa fase storica di transizione e concepì il piano destabilizzante del quadro politico tradizionale iniziato con l’omicidio Lima, poi sfociato nella logica della “trattativa“ per costruire un nuovo “patto politico-mafioso di convivenza fra Stato e mafia“.

 

   La politica La lettera del Dap

L’obiettivo strategico è costruire le premesse per un nuovo rapporto con la politica, perché – come diceva sempre Bagarella – fosse Cosa Nostra a esprimere direttamente le scelte politiche attraverso i suoi uomini, senza alcuna mediazione. Annullare la politica ed i politici tradizionali per favorire l’ingresso della mafia in politica, tout court. Le stragi costituirono la premessa necessaria della ristrutturazione dello scambio dialettico con la politica. Bagarella all’inizio pensava di rifondare il rapporto con la politica tramite il progetto separatista di “Sicilia libera”, un movimento di diretta espressione della mafia, per conquistare un più immediato controllo della politica. Ma il progetto originario risultò troppo elementare e fallì. Il completamento e lo sperato esito della “trattativa politica“ attraverso la stipula del “patto politico-mafioso“ si dispiegò attraverso vari tentativi in successione, nell’arco temporale che va dal 1992 fino al 1994. Nel piano criminale di quella stagione non ci fu una progressione rigidamente predeterminata, almeno da parte di Cosa Nostra, che dimostrò al contrario la capacità di adattarsi agli eventi, secondo la sua migliore tradizione. Nel 1992, la posta in gioco era soprattutto la vita dei politici inseriti nella lista nera di Cosa Nostra che andavano salvati, e perciò la trattativa ebbe per oggetto la rinuncia agli omicidi già programmati in cambio dell‘allentamento della morsa repressiva. Nel 1993, la trattativa sembrò inizialmente non produrre gli esiti sperati e si resero necessarie ulteriori minacce che, questa volta, produssero qualche frutto: l’allentamento del 41 bis. Il “cedimento“, consistito nell’inopinata mancata proroga di oltre 300 decreti di applicazione del 41 bis, costituì il segnale che si volesse andare incontro ai desiderata di Cosa Nostra, lanciando quel “segnale di distensione“, peraltro letteralmente auspicato nella nota che il Capo del Dap Capriotti indirizzava al Ministro della Giustizia Conso in data 26/6/1993. Ma non bastò. Non poteva bastare. La presenza di un governo tecnico determinò la necessità di continuare dietro le quinte una trattativa più squisitamente politica, finalizzata cioè a trovare un nuovo referente politico, azione poi sfociata nell’accordo politico-mafioso, stipulato nel 1994, non prima di avere rinnovato la minaccia al governo Berlusconi appena insediatosi.

 

 Il papello Cosa Nostra a palazzo

Il presente procedimento non ha per oggetto in senso stretto la trattativa. Nessuno è imputato per il solo fatto di aver trattato. Non ne sono imputati i mafiosi e neppure gli uomini dello Stato. Oltre ai mafiosi (Riina, Provenzano, il medico Antonino Cina’, Brusca e Bagarella) almeno sette uomini dello Stato sono, invece, ritenuti responsabili di precise e specifiche condotte di reato realizzate nell’ambito della trattativa. Tre sono gli uomini degli apparati che hanno fatto da anelli di collegamento fra mafia e Stato: Mori, De Donno e il loro superiore dell’epoca Subranni. Due sono gli uomini politici–cerniera, cinghie di trasmissione della minaccia: Mannino prima e Dell’Utri dopo. Poi c’e’ Massimo Ciancimino, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa per il suo ruolo permanente di tramite fra il padre Vito e Bernardo Provenzano. Due sono, infine, gli uomini di Governo, Conso e Mancino, sui quali si è acquisita prova di una grave e consapevole reticenza. Mancino è imputato per falsa testimonianza; Conso, con l’allora Direttore del Dap Adalberto Capriotti e l’onorevole Giuseppe Gargani sono tuttora “soltanto“ indagati per false dichiarazioni al PM, esclusivamente in ossequio alla previsione di legge che impone il congelamento della loro posizione in attesa della definizione del procedimento principale. La condotta è stata contestata a ciascuno degli imputati in funzione della rispettiva posizione nell’ambito della trattativa. I boss mafiosi Riina, Provenzano, Brusca, Bagarella e il “postino” del papello Cinà, sono gli autori immediati del delitto principale, in quanto hanno commesso, in tempi diversi, la condotta tipica di minaccia ad un Corpo Politico dello Stato, in questo caso il Governo, con condotte diverse ma avvinte dal medesimo disegno criminoso, a cominciare dal delitto Lima. L’avvio di una campagna del terrore contro il ceto politico dirigente dell’epoca al fine di ottenere i benefici ed i vantaggi che furono poco dopo specificati nel papello di richieste che Riina fece pervenire ai vertici governativi. La predisposizione ed inoltro del papello ai destinatari della minaccia costituì, pertanto, un ulteriore momento esecutivo della condotta tipica, dispiegatasi ancora negli anni successivi attraverso i gravissimi messaggi minacciosi che si succedettero nel 1993 e all’inizio del 1994, anno in cui, al Governo presieduto dall’onorevole Berlusconi, Brusca e Bagarella fecero recapitare, attraverso il canale Mangano-Dell’Utri, l’ultimo messaggio intimidatorio prima della stipula definitiva del patto politico-mafioso. Si completò, in tal modo, il lungo iter di una travagliata trattativa che trovò finalmente il suo approdo nelle garanzie assicurate dal duo Dell’Utri-Berlusconi (come emerge dalle convergenti dichiarazioni di Spatuzza, Brusca e Giuffrè). Quanto alle condotte degli uomini dello Stato imputati di concorso nella minaccia al Governo (Subranni, Mori, De Donno, Mannino e Dell’Utri), sono tutti accusati di aver fornito un consapevole contribuito alla realizzazione della minaccia, con condotte atipiche di sostegno alle condotte tipiche che si sono risolte nell’avere svolto il ruolo di consapevoli mediatori fra i mafiosi e la parte sottoposta a minaccia, quasi fossero gli intermediari di un’estorsione. Con l’aggravante, nel caso di specie, che il soggetto “estorto” è lo Stato e l’oggetto dell’estorsione è costituito dal condizionamento dell’esercizio dei pubblici poteri, così sviati dalla loro finalità istituzionale e dal bene pubblico.    Per completezza, si segnala, infine, il ruolo di concorrenti nel medesimo reato assunto da altri uomini delle istituzioni oggi deceduti. Ci si riferisce all’allora Capo della Polizia Vincenzo Parisi ed al vice direttore del Dap Francesco Di Maggio, che, agendo entrambi in stretto rapporto operativo con l’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, contribuirono al deprecabile cedimento sul tema del 41 bis.

 

Il ricatto Uomini-cerniera

Premesso che si procede per un classico reato di minaccia, la condotta tipica va ravvisata in ogni minaccia grave contro un corpo politico-amministrativo come il Governo, esercitata dai vertici dell’organizzazione mafiosa. In particolare, la minaccia, come descritta nel capo di imputazione, è consistita nell’aver prospettato agli “uomini-cerniera”, perché ne dessero comunicazione a rappresentanti del Governo, l’organizzazione e l’esecuzione di omicidi e stragi ed altri gravi delitti ai danni di esponenti politici e delle Istituzioni se lo Stato non avesse accolto la richiesta di benefici di varia natura che veniva formulata dai capi di Cosa Nostra. La condotta incriminata ha trovato il suo principio di esecuzione nell’omicidio Lima che ne ha costituito la prima realizzazione minacciosa, indirizzata ai destinatari finali del messaggio a contenuto intimidatorio: Andreotti e Mannino, entrambi all’epoca componenti del Governo. Il primo, quale Presidente del Consiglio in carica, e riferimento nazionale dell’on. Lima, fu certamente il più immediato destinatario della minaccia nella duplice veste di Capo del Governo e di esponente politico che Cosa Nostra riteneva responsabile della mancata realizzazione delle sue aspettative in merito all’aggiustamento del maxiprocesso. Il secondo, l’odierno imputato Mannino, nella doppia qualità di componente del Governo, quale Ministro per gli Interventi Straordinari nel Mezzogiorno, e soprattutto di principale esponente siciliano della corrente politica Dc facente capo a livello nazionale all’allora segretario nazionale del partito. Ciò rileva ancor di più ove si pensi che Mannino era stato individuato dai vertici di Cosa Nostra come successiva ed ormai designata vittima del progetto omicidiario in danno dei politici che non avevano mantenuto i patti.

 

  Contropartita Il gioco dei Ros

Mannino, secondo la ricostruzione dei fatti desumibili dalle risultanze acquisite, si attivava per sollecitare i propri terminali sul territorio a richiedere a Cosa Nostra la contropartita utile ad interrompere la strategia di frontale attacco alle Istituzioni politiche, così di fatto proponendosi come intermediario per conto dell’organizzazione mafiosa nella ricerca di nuovi equilibri nei rapporti con la politica. La condotta degli altri concorrenti nel reato di cui all’art. 338 c.p. è di ausilio nell’aver agevolato Cosa Nostra a portare a destinazione il messaggio intimidatorio. In particolare, questo è il ruolo oggetto di contestazione ai tre Ufficiali del Ros (Subranni, Mori, De Donno), che, attivati nel 1992 da Mannino e da altri esponenti del livello politico della trattativa non tutti ancora compiutamente individuati, aprivano un canale di interlocuzione con i vertici di Cosa Nostra e finivano per determinare, o comunque rafforzare, negli stessi il convincimento dell’utilità della minaccia, prestandosi poi a recapitare il contenuto dei messaggi intimidatori al Governo, destinatario ultimo della minaccia e titolare del potere per concedere i benefici di varia natura richiesti dai mafiosi. In questo contesto, si inserisce la contestazione di falsa testimonianza a carico dell’odierno imputato Nicola Mancino. È sicuramente emerso che chi condusse la trattativa fece un’attenta valutazione: il Ministro dell’Interno in carica Vincenzo Scotti era ritenuto un potenziale ostacolo, mentre Mancino veniva ritenuto più utile in quanto considerato più facilmente influenzabile da politici della sua stessa corrente, ed artefici della trattativa come il coimputato Mannino, e da chi lo circondava, a cominciare da Parisi.

 

  Ragion di Stato Via gli ostacoli

E rispetto al ruolo di quest’ultimo, va evidenziato il dato, non trascurabile, che mentre i primi approcci della trattativa erano nati su iniziativa ed ispirazione di chi poteva avere un interesse immediato e personale, in quanto più esposto, nel frattempo il quadro si era aggravato perché all’omicidio Lima aveva fatto seguito la strage di Capaci. E quindi l’affare non riguardava più solo la sorte dei politici, ma l’intero Stato. È il momento, in cui irrompe sulla scena una male intesa (e perciò mai dichiarata) Ragion di Stato che fornisce apparente legittimazione alla trattativa e che coinvolge sempre più ampi e superiori livelli istituzionali. Ed invero, anche l’ex Guardasigilli Claudio Martelli, percepito anche lui come un ostacolo alla trattativa, finisce per essere politicamente eliminato (anche per effetto di un’inusuale collaborazione giudiziaria del capo della P2 Licio Gelli) più in là nel ’93, quando si tratta di ammorbidire il 41 bis. E nello stesso contesto temporale, viene tolto di scena anche il capo del Dap Nicolò Amato, ritenuto inizialmente un possibile strumento utile e inconsapevole della trattativa per il suo acceso garantismo, ma poi diventato inaffidabile, anche per avere messo inopinatamente nero su bianco (in una sua nota del 6 marzo 1993 in-dirizzata al neo-ministro Conso) che Parisi aveva espresso “riserve” sull’eccessiva durezza del 41 bis, a margine della riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica del 12 febbraio 1993.

 

   Il Colle Il ruolo di Scalfaro

D’altra parte, occorre considerare che la condotta di alcuni protagonisti istituzionali della trattativa del 1992 (Mori e Mannino, in particolare), non rimase circoscritta entro quei confini temporali in relazione al triangolo di rapporti Ciancimino-Cinà-Riina, ma si protrasse certamente fino al 1993, allorquando, chiusa la Prima Repubblica con la caduta del Governo Amato, e quindi nella successiva fase di debolezza del quadro politico che favorì la formazione di un “Governo tecnico” come il Governo Ciampi (che fu anche un “Governo del Presidente” e cioè del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro), si affievolì il potere dei politici “garanti” del primo accordo stipulato a margine della prima trattativa in costanza della Prima Repubblica. Tale ruolo venne più proficua-mente assunto e mantenuto, in quel particolare momento, dagli uomini degli “apparati“ sopravvissuti alla Prima Repubblica. In particolare, Parisi e Mori in questo contesto assunsero un ruolo di particolare protagonismo: gli uomini-cerniera divennero uomini-artefici della trattativa, decisivi nel garantire l’adempimento degli accordi presi, e quindi garanti della controprestazione in termini di allentamento della stretta repressiva, specialmente sul fronte carcerario in materia di 41 bis. È in quel momento che si delinea in tutta la sua importanza il ruolo di Di Maggio, uomo fidato dei Servizi di Sicurezza e da sempre legato al Ros, ed uomo forte della Amministrazione Penitenziaria, che darà il suo indirizzo imponendolo a Capriotti, il nuovo Direttore del Dap, ed al Ministro Conso. Ciò con l’avallo che gli derivava anche dai suoi rapporti con il capo dello Stato, Scalfaro (a sua volta influenzato da Parisi). Capo dello Stato che, come emerso da varie e convergenti deposizioni testimoniali, ebbe un ruolo decisivo negli avvicendamenti Scotti-Mancino e Martelli-Conso, e nella sostituzione di Nicolò Amato col duo Capriotti-Di Maggio, attraverso i quali seguì l’evoluzione delle vicende del 41 bis strettamente connesse all’offensiva stragista del 1993.

Ma l’allentamento sul fronte carcerario, con alcune significative mancate proroghe di regime ex 41 bis nei confronti di boss mafiosi di assoluto rango, non poteva esaurire l’iter della trattativa che, dalla parte dei capi di Cosa Nostra, aveva ben più ambiziosi e duraturi obiettivi, mirando ad ottenere garanzie a tutto campo, con la stipula di un nuovo duraturo patto politico-mafioso. Ed è per questa ragione che le minacce di prosecuzione della stagione stragista non si arrestarono e proseguirono fin tanto che, subentrata la Seconda Repubblica ed insediatasi una nuova classe politica dirigente con la quale “trattare”, all’ultima minaccia portata al neo-Governo Berlusconi tramite il canale Bagarella-Brusca-Mangano-Dell’Utri, seguì la definitiva saldatura del nuovo patto di coesistenza Stato-mafia.

Quanto sinteticamente esposto sostanzia le ragioni per le quali si è ritenuto doveroso esercitare l’azione penale nei confronti degli odierni imputati, nella ferma convinzione che l’unica vera Ragione di Stato è quella verità che questo Ufficio non ha mai smesso, e mai smetterà, di cercare.

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2 risposte a “la mafia ha comprato lo stato”

  1. erie5 ha detto:

    Articolo coraggioso e ricco di informazioni, a dir poco, preoccupanti.

    Personalmente sono convinto che la Mafia, Camorra (mi si perdoni la maiuscola) ed altro siano gia parte consolidata all’interno di ogni struttura di potere.

    Sono un promotore del “ricominciamo da zero”!!!
    erie5

    • che fenomeni decennali o addirittura centenari siano non tanto abbarbicati al potere ma parte – a volte molto integrante – del potere stesso è lapalissiano quanto spiacevole…il punto è fare qualcosa perché il fenomeno venga annichilito, e già sapere come stanno le cose è ben più che un passo in avanti

      grazie per il commento, un saluto

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