Quel giorno che sono nato (That day I was born) di David Gillan

L’aria era così umida…tanto che la pioggerella fine fine che mi si posava letteralmente addosso, quasi fosse una carezza, più che il frutto di nuvole sembrava lo sciogliersi dell’aria stessa.
Nella villa l’ambiente sembrava come cristallizzato in tre colori: sopra il bianco opaco, spesso e pesante delle nuvole; ad altezza d’uomo il verde della vegetazione, discontinuo ma avvolgente; in basso il marrone del terriccio, maculato da foglie e chiazze di ghiaia. Maculato che l’occhio percepiva solo posandosi sulle singole ‘macchie’: la visione periferica offriva un responso di fluido marrone, e morbido.
Avevo appena finito di correre. Ripetute.
Soddisfatto di essere a posto col fiato nonostante non sia un fondista naturale, mi osservavo ‘fumare’. Per quanto abituato all’attività sportiva al freddo e umido, questa condensazione in fumo mi è sempre apparsa buffa…da trattenere le risate semplicemente per non apparire scemo.
Sentivo il sudore sul viso e collo raffreddarsi nel fuoriuscire.
Nonostante fosse l’ora di pranzo la temperatura doveva essere prossima allo zero.
Tenni le mani per un po’ sul volto respirando profondamente.
E fu in quel frangente che realizzai la connessione, rimuginandoci sopra nell’accingermi a stretcharmi leggermente.
Quel masso.
Nel percorso che facevo correndo, una delle pietre rustiche ed irregolari facente parte delle file che delimitavano il vialetto era visibilmente più scura delle altre. Come se fosse stata immersa nell’acqua.
Una specie di eco del pensiero mi raffigurò che ad ogni passaggio, durante le ripetute, il mio sguardo si era attardato su quel masso…
Dovevo avere non più di quindici anni . Stavo passeggiando sul bagnasciuga di una spiaggia. Perché mi trovassi lì non ha importanza. Ricordo che avevo voglia di mettermi a correre, tanto per cambiare…e come al solito resistevo alla tentazione: c’è un sacco di gente che corre sulla spiaggia, in semplice costume da bagno e a piedi nudi, ma per me è sempre stata una forzatura allenarmi da solo ed in contesti non usuali ( per usuale intendo un campo di calcio, una pista d’atletica). Mi sento osservato…Tutt’oggi a volte me lo devo imporre; anche perché non sempre è facile trovare un compagno d’allenamento.
Mentre scalciavo pigramente nell’acqua bassa, la spiaggia assottigliandosi fino a diventare una striscia di sabbia, sentii poco lontano un gorgoglio. Risalii verso il limitare della spiaggia, che stava a pochi metri. Da quel punto iniziava come un muro di foglie alla cui base un rivolo d’acqua proveniente dall’alto scompariva alla vista insinuandosi fra sabbia e pietre. Scostai un po’ di foglie e vidi che il rivolo scolava lungo un muro di cemento grezzo. Oltre l’angolo alla mia sinistra non si capiva se ci fosse un altro muro, vista un’alta duna con della vegetazione che era addossata quasi a delimitare la parete ricoperta di foglie. A destra la parete terminava su scogli ed enormi pietre messe a bella posta, probabilmente per frenare le intemperanze di onde e maree.
Fu semplice curiosità.
Aiutato dalle sporgenze e dalla pendenza a rientrare verso l’alto, scalai la parete, alta non più di quattro metri, temendo che dal manto di foglie potesse far capolino qualche lucertola.
Arrivato alla sommità sentii al tatto una ringhiera metallica, anch’essa completamente coperta da fogliame. Mi sollevai con relativa facilità e puntando i piedi feci capolino io…
Era una casa, una villetta semplice a due piani. Non notai null’altro della costruzione.
Di fronte al muro della villetta una donna, per meglio dire una ragazza sui venticinque anni, stava facendo la doccia sotto un cannello che fuoriusciva dal muro ad un paio di metri di altezza, dove l’intonaco bianco cedeva il passo ad una cintura di pietre rustiche ed irregolari…
La ragazza era nuda. Evidentemente non temeva occhi indiscreti in quel posto isolato e per di più essendo nel giardino di quella che con molta probabilità era la sua abitazione.
Io rimasi lì, così com’ero. Immobile.
Sentivo distintamente il ronzio nelle orecchie e quella sorta di crampo nella zona genitale, segni inequivocabili di stimolo erotico.
Ma non era così. O quantomeno, non solo così.
Non avevo l’istintiva disposizione a nascondersi, magari per sbirciare al sicuro ed indisturbato. Non dicevo a me stesso che era una cosa che non stava bene fare.
Stavo semplicemente contemplando. Era come se stessi scoprendo, innamorandomene, un mondo sconosciuto.
Sì, innamorandomene…non conosco altra espressione per definire quell’atto e quei momenti che un inturgidimento della carne non rendeva assolutamente meno puro.
Una mano di lei che scendeva lungo una coscia; lo scatto della testa all’indietro per scostare i capelli zuppi d’acqua; i seni gonfi e liberi come entità a sé stanti con le aureole grandi, scure e perfettamente rotonde a renderli ancor più dei soggetti autonomi…e quel gesto, quasi una carezza, della mano che sfiora il pube con lo sguardo di lei che la segue, quasi a controllare che tutto sia a posto…
Ed infine, i suoi occhi che mi inquadrano, in un tutt’uno di stupore e rabbia.
Lei che un po’ si sbraccia, un po’ si copre mentre mi apostrofa in malo modo.
Ed io imbambolato per non saprei dire quanti altri secondi, prima di realizzare, mollare la presa e letteralmente rotolare sulla sabbia in basso…
E comincio a correre senza vedere altro davanti a me se non il corpo di quella ragazza dal quale scaturisce una nuvola di gocce d’acqua cristalline, quella ragazza che la prospettiva mi rendeva come incastonata in un muro di pietre rustiche ed irregolari, scure perché bagnate…
*                                                 *                                                *
Il pomeriggio successivo a quello che per quanto mi riguarda può essere definito un evento, mi aggiravo in un mercatino.
Penso si trattasse di un mercatino non stanziale, posto in un vicolo cieco compreso fra due enormi mura appartenenti uno ad un convento di frati che passavano il loro tempo a gironzolare sorridendo alla gente senza mai dire una sola parola, l’altro ad una villa non so se barocca, di certo disabitata e pericolante.
Un vecchio che aveva potuto avere centoventi anni con indosso solo un paio di pantaloncini azzurri mi disse che di lì a poco la villa diroccata sarebbe stata comprata dai frati.
Parlava lentamente e sembrava che il movimento delle labbra mettesse in moto tutto il viso, con la ragnatela di rughe che ondeggiava su di esso.
Possedeva un aspetto autorevole. Se non altro perché stava lì a vendere coltelli a serramanico con l’impugnatura d’osso, unica eccezione in mezzo alle due file di banchetti stracolmi di oggetti in vimini, teli da spiaggia e parei.
E la vidi proprio nello sventolio di un pareo bianco con striature verde acqua.
Che mi ricordò la nebbia di acqua cristallina con la quale mi si era conficcata nella mente.
Era lei, ovviamente vestita. E non ebbi il minimo dubbio di averla riconosciuta.
Salutai senza guardarlo l’ultra centenario e mi avvicinai alla ragazza.
Non so esattamente perché lo feci. Mi sembrava di avere una corda al collo e che qualcuno la tirasse.
Mi piazzai di fronte a lei proprio mentre passava nella mano della venditrice una banconota.
Senza presentarmi né specificare che ero il presunto guardone del giorno prima, riuscii a spiegare con la calma e la nettezza di un luminare in matematica che espone una banale formula a dei neofiti, circa la vista dello scolo d’acqua, della curiosità sfociata nell’arrampicarmi, del tempo che mi era sembrato arrestarsi e della fuga come frutto di una paura irrazionale che una corsa a perdifiato di un paio di chilometri era riuscita a stento a sopire.
Feci una pausa. Continuavo a guardarla. Continuavamo a guardarci.
Poi ripresi a parlare ancora più lentamente.
E dissi che quello che la mia vista aveva incautamente carpito – usai proprio questa espressione – lei avrebbe dovuto considerarlo come amore che la vista realizza nell’abbracciare un corpo che altro non avrebbe potuto far scaturire se non quell’amore. E che tutto l’episodio era assimilabile alle sensazioni ed alla atmosfera che sentiamo sostanziarsi quando si legge il cantico dei cantici, specialmente nel brano dove le parti anatomiche della sposa sono paragonate a giumente, al grano e così via…
Finii di parlare sempre guardandola dritta negli occhi e mi irrigidii, sentendo già il bruciore sulla guancia: prevedevo infatti una sonora sberla.
Lei invece mantenne un sorriso accennato e fissò lo sguardo per terra mentre ripiegava il pareo appena acquistato.
Poi mi scrutò per qualche secondo, girò su sé stessa ed andò via lentamente.
Penso di aver avuto del giudizio nel non fermarla per offrirle qualcosa al bar o altro del genere: dopotutto avevo quindici anni e lei ne avrà avuti almeno dieci in più.
Quel che un po’ mi ‘fa strano’ quando ripenso all’episodio, è che l’ultima immagine impressa in me è quella della venditrice con uno strano ghigno che nelle sue intenzioni vuole essere un sorriso, mentre mastica senza soluzione di continuità dei semi di melone che metodicamente si porta alla bocca estraendoli da un cono fatto con della carta grezza da pacchi.

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2 risposte a “Quel giorno che sono nato (That day I was born) di David Gillan”

  1. Teresa ha detto:

    Perchè hai indugiato prima di aprire questa sezione?
    Il racconto, la novella, e il romanzo hanno la loro attrattiva, proprio come il brano che ho appena letto…
    La lettura lascia spazio alla fantasia.

    • be’, era un indugio dovuto al fatto che il blog non nasce con connotazioni ‘letterarie’ né le ha tuttora…mi è stato segnalato quel racconto, mi è piaciuto e l’ho pubblicato…
      resta inteso che se avrò per le mani altri contenuti ‘degni’, la sezione narrativa e poesia sarà aggiornata…

      un abbraccio

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